Perché odio l’open space (o meglio, ciò che è diventato)

Perché odio l’open space (o meglio, ciò che è diventato)

C’è stato un tempo in cui l’open space era il simbolo supremo di libertà strutturale, era avanguardia e modernità.

Oggi, per chiunque stia cercando casa o provi a viverci, è diventato fin troppo spesso un eufemismo immobiliare per dire una cosa sola: spazio ridotto ai minimi termini.

Non ce l’ho con l’idea architettonica originale. Ce l’ho con la brutalità con cui è stata svuotata di senso, trasformandosi da manifesto a scorciatoia per la speculazione edilizia.

Dai maestri alla speculazione

L’open space residenziale non è nato per risparmiare sui muri, ma per liberare la vita domestica e farla respirare.

Quando Frank Lloyd Wright nei primi anni del Novecento progettò negli Stati Uniti le sue Prairie Houses, nella sua incessante ricerca di un linguaggio architettonico unico, autoctono d’America, demolì il concetto di netta suddivisione degli spazi, con murature spesso portanti, tipico della casa vittoriana.

Nel suo concetto di casa “organica”, l’abitazione si fondeva con la natura e si protendeva verso di essa; aveva uno sviluppo spesso allungato, rettangolare, o a croce, con un braccio più lungo dell’altro e un camino centrale.

La presenza del camino centrale è un elemento che Wright introdusse rielaborando la struttura delle tipiche case dei primi coloni d’America: case “primitive” e molto semplici che assumevano forme spesso a croce, funzionali alle necessità della famiglia, senza seguire uno schema ben preciso.

Wright tuttavia non eliminò le pareti per comprimere gli ambienti, tutt’altro!

Lo fece per far fluire lo sguardo e lo spazio intorno al camino centrale, integrando la natura e la luce esterna.

Nato 20 anni dopo dall’altra parte del mondo, anche Le Corbusier teorizzò il plan libre (la pianta libera) e lo fece grazie all’invenzione dei pilastri (pilotis) in cemento armato. Liberare i muri dalla funzione portante serviva a dare totale flessibilità al layout domestico, certo non a sacrificare il comfort psicologico di chi ci abitava…

Possiamo senz’altro dire che in origine, per come è nato, l’open space richiedeva metrature generose per funzionare.

Era un lusso spaziale, non un espediente per far entrare quattro funzioni in 30 metri quadrati.

Perché odio l’open space (o meglio, ciò che è diventato)

L’open space come margine di profitto

Ma cosa caspita è successo negli ultimi tre decenni?

Che i costruttori e gli speculatori immobiliari hanno intuito il potenziale finanziario di questa teoria, dell'”open space” e l’anno (molto spesso) spogliata di ogni valore estetico e concettuale.

Eliminare i muri divisori infatti significa:

  • Risparmiare sul materiale (tramezzi, intonaco, rasatura, pittura).
  • Risparmiare su manodopera, tracciature e impianti elettrici/idraulici complessi.
  • Guadagnare superficie utile calpestabile…da vendere a peso d’oro al metro quadro.

L’open space è diventato il modo per vendere un monolocale da 40 mq facendolo passare per uno “studio-loft di tendenza”.

La scomparsa dello “spazio filtro” e il fallimento funzionale

Sa qual è il vero dramma che, a mio modo di vedere, c’è nella casa contemporanea?

La completa eliminazione degli spazi filtro.

L’ingresso, il corridoio, il disimpegno: elementi ingiustamente demonizzati negli ultimi vent’anni come “metri quadri sprecati”, ma che in realtà svolgevano un ruolo fondamentale!

Erano spazi di “mediazione”, che avevano svariate funzioni: separare dai rumori, sottrarre alla vista e, consentimi, togliere quel silenzioso peso psicologico dell’avere la casa perfetta, perché chiunque si affacci anche solo alla porta con un colpo d’occhio ne fa la scansione in un attimo.

Oggi il risultato di questa logica è sotto gli occhi di tutti.

Apri la porta d’ingresso e ti ritrovi direttamente con i piedi sul tappeto del soggiorno o di fronte ai piatti da lavare.

La cucina sta dietro il divano, magari separata da un tavolo o da una penisola e non c’è modo di non vederla appena entri in casa.

Il rumore della lavastoviglie durante un film o il disordine costantemente a vista, se non sei ordinatissimo, sono compagni fedeli.

Per non parlare del fatto che in molti bilocali moderni, vocati alla vendita profittevole, la mancanza di disimpegni porta il bagno o la camera da letto ad aprirsi direttamente sulla zona giorno.

Se apri la porta sbagliata mentre hai ospiti, sei direttamente sotto le coperte!

Perché odio l’open space (o meglio, ciò che è diventato)
Robie House. Credits:Creative Commons -Archdaily

Non tutti gli open space sono uguali: l’inganno del “rettangolone”

Non sono però il tipo di persona che vede il mondo e le idee in bianco e nero, ecco perché penso sia intellettualmente onesto concludere queste considerazioni sull’open space specificando che c’è open space e open space.

Quello contro cui mi scaglio non è l’eliminazione dei muri in quanto tale, per principio, per cieca presa di posizione ideologica.

Io ce l’ho con la deriva del “rettangolone unico”: quella scatola priva di identità in cui entri dalla porta principale e ti ritrovi contemporaneamente nell’ingresso, davanti al piano cottura e con i piedi sul divano.

Questo non è design, è assenza di progettazione.

Un open space intelligente non significa rinunciare alla gerarchia e alla funzione degli spazi, ma definire le zone attraverso la geometria e la composizione, anziché con le classiche tramezze.

L’ingresso schermato

L’atrio può anche essere aperto sul soggiorno per dare respiro visivo, ma va articolato, magari con una parete a “L” o una quinta, in modo che chi entra non domini immediatamente con lo sguardo l’intera casa.

La cucina integrata ma rientrata

La zona cottura può rimanere in continuità con la zona giorno senza porte a chiuderla, ma essere posizionata in una nicchia o in una rientranza.

In questo modo si mantiene la luminosità e la convivialità, ma le zone operative (e l’immancabile disordine di quando si cucina…almeno, parlo per me stessa!) restano coperte rispetto all’ingresso e all’area relax.

I setti e le quinte architettoniche

Far fluire gli spazi può significare anche usare quinte a tutta o a mezza altezza, oppure vetrate industriali.

E, perché no, cambi di materiale a pavimento o ribassamenti del soffitto.

Elementi che creino “spazi filtro” psicologici e visivi senza per forza sempre erigere quattro mura chiuse. Una planimetria può essere al contempo aperta ma articolata.

Quello è un open space vincente!

La differenza sta tutta qui: l’open space d’autore crea scoperte successive man mano che ti muovi nella casa; il “rettangolone” moderno, invece, ti sbatte tutto in faccia al primo passo.

Ripensiamo la casa oltre le mode

L’open space ha senso quando c’è respiro, quando gli ambienti possono dialogare pur mantenendo una loro identità e distinzione visiva.

Quando invece diventa l’unica opzione progettuale per mascherare appartamenti sempre più densi e piccoli, smette di essere architettura e diventa puro calcolo finanziario.

Se ci penso, gli unici open space che ho “dovuto” progettare erano per case destinate alla vendita, investimenti immobiliari la cui logica era quella che ho descritto, insieme a quella di “fare l’effetto grande”, che fa pensare a chi entra in casa “enorme!”

Quindi sai che c’è?

Che penso sia tempo di riabilitare la dignità delle pareti, delle porte e dei corridoi.

E se le porte non ci sono, e va benissimo!, ci siano spazi articolati, interessanti, da scoprire.

Non l’unico spazio in cui, per schermare, si va a suon della tanto famigerate “cappottiere” e a suon di arredi fatti su misura per supplire una progettazione carente.

Una casa per essere accogliente non deve per forza mostrare tutto al primo sguardo. Ha bisogno di angoli, di pause e, soprattutto, del diritto alla privacy.

Questo il mio pensiero. Tu come la vedi?

Ci vediamo in cantiere!

Federica

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